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Assinatura de Gilberto Freyre
Livros Publicados em Outros Países  



PADRONI E SCHIAVI
Introduzione di Fernand Braudel



Ripetere dopo tanti altri che Padroni e schiavi è il capolavoro di Gilberto Freyre è parlare a bassa voce, troppo a bassa voce: per quanto forte sia questo termine, non è infatti adeguato a un successo tanto raro e bruciante. Inoltre Padroni e schiavi - la prima opera del Freyre - fu seguita da una serie di libri stupendi, in cui il Brasile si spalanca dinnanzi a noi senza fine, tranquillo e molteplice, con l’odore delle sue piante, delle sue foreste, delle sue case, delle sue cucine, dei suoi corpi lucidi di sudore. E il lettore, probabilmente, non si arresterà nel suo cammino, tanto piú che il volume che continua e completa Padroni e schiavi - Sobrados e Mucambos (abitazioni a vari piani e catapecchie urbane) - è per lo meno altrettanto bello, forse piú bello ancora del primo, e di rara intelligenza. C'è da augurarsi che 1'editore Einaudi voglia ben presto far conoscere anche questo libro al pubblico italiano. Nessuno, infatti, si separa piú dalle opere di Freyre, una volta apertele, come non si separa dai romanzi di Dumas o dall’opera fiume di Marcel Proust. Certo, qui siamo di fronte a un universo ben altrimenti violento e carnale che non il mondo alquanto sofisticato di Côté de Guermantes. È ciò che bisogna spiegare sulle soglie di un libro, che nasce ancora una volta oggi, grazie a questa bella traduzione italiana.

Nel 1933 Padroni e schiavi veniva alla luce in un Brasile malato, come il mondo di allora, sofferente nella sua vita materiale, nella sua realtà politica, sociale, intellettuale. Il nuovo libro, di finissima scrittura, fece subito scandalo: il Brasile di quegli anni voleva essere Europa e si collocava dalla parte dei padroni, dei bianchi. Ho sotto gli occhi una recensione assai acre, pubblicata in quello stesso anno a São Paulo. Come ammettere quel linguaggio, quel matrimonio fra tre razze: la bianca, la << rossa >>, l'africana (e passi ancora l’indiana, ma la nera!)? Come accettare quella negazione di una lotta fra classi e fra pelli di vario colore, in nome di una generale e riconosciuta promiscuità dei rapporti sessuali? Il senhor de engenho conosceva anche troppo bene la via delle senzalas, le case vicine dei suoi schiavi. I suoi figli, neri e bianchi, o meglio meticci e bianchi, erano allevati tutti insieme nelle grandi dimore coloniali. Quel sangue misto ha marcato, a poco a poco, insidiosamente, tutti gli uomini e tutte le donne del Brasile nord-occidentale, creando un paradiso erotico, in cui alla fine ognuno ha trovato il suo posto, il suo tornaconto, la sua consolazione. Francamente era una storia assai strana, quasi una scienza che confondesse i generi. << Era come - ha scritto di recente Alain Bosquet - se per insegnare la geometria nello spazio, lo si fosse illustrato di nudi femminili, o come se la finanza fosse una pianta coperta di manghi e di fiori >>. E aggiungeva a lettura conclusa: << non c'è fiume, non c'è uccello raro che non ci abbia lasciato il ricordo di una lunga carezza >>. Difficile dir meglio: percorrere i libri di Gilberto Freyre dà un piacere concreto, fisico, come viaggiare in sogno nei paesaggi tropicali e lussureggianti del Doganiere Rousseau. Ma è anche un piacere intellecttuale di una qualità eccezionalmente rara.

È giusto rallegrarsi del fatto che la lezione data da questi libri sia stata quasi subito compresa nello stesso Brasile, che questo, dopo la prima smorfia, il primo scatto di malumore, si sia riconosciuto in tale ritratto cosí simpatico e sincero: simpatico, tanto piú via via che il modello europeo dileguava nel corso della seconda guerra mondiale, nel modo che ben conosciamo; sincero, se il Brasile è stato il primo paese del Nuovo Mondo capace di dominare il complesso delle razze cosiddette inferiori e degli odiati sangui misti, cosí da saper riprendere possesso del suo vero passato.

Piú che un capolavoro, dunque, il libro di Freyre è una rivoluzione, una vittoria dell'amore degli uomini verso i loro simili. Ed esso continua ad essere letto, riletto, rivissuto dalle nuove generazioni brasiliane: eccolo alla sedicesima edizione... No, non si può proprio paragonarlo alla Cité antique di Fustel de Coulanges, cosi intellettualistica e ragionevole, anche se il richiamo è stato fatto piú di una volta, e logicamente. Sarebbe come confrontare una vigorosa poesia del folklore brasiliano con un'ode classica della letteratura italiana o francese. Se ne renderà conto facilmente il lettore, fin dalle prime note di questa musica << corporea >>, affascinante, irresistibile.

Solo piú tardi, quando l’incanto sia stato superato, ci si avvede dell'acuta intelligenza di questo lavoro. Un'intelligenza che non ci è imposta, alla francese, come una costruzione precostruita, logica, autoritaria. Essa scaturisce dalle pagine tumultuose, piú cantate che scritte (e la voce si compiace delle ripetizioni, delle riprese di arie familiari) ed è il segreto profondo della giovinezza di questo libro, pensato con forza, con gioia, senza pedanteria (se si eccettui il bisogno di citare, di enumerare le fonti, cui a volte il Freyre concede troppo: è bene, molto bene avere letto tutto; meglio ancora è aver saputo vedere e rendere visibile la realtà, il colore, il profumo degli esseri e delle cose). Il miracolo, decisivo è aver saputo mescolare una narrazione storica esatta, attenta, con una sociologia di una finezza senza difetti, il tempo alacre degli avvenimenti con il tempo semiaddormentato delle realtà sociali. La dimora dei padroni, le capanne degli schiavi, lo zucchero degli engenhos (altrove, a seconda delle regioni brasiliane, possiamo dire: l'oro estratto dai fiumi e dalle sabbie, il cotone delle piantagioni, il caffè delle grandi fazendas), ecco il quadro in cui si muove la grande famiglia, la gens primitiva, nel cui seno si formò il primo Brasile, patriarcale, duro e tenero, pagano e cristiano, nero, e bianco, felice di vivere, costretto, ad abbandonarsi a una vita abbondante, violenta e sempre coartata. Tutto passa, transita, si spiega in quel paesaggio primitivo, quel << triangolo coloniale >>, come l'ha definito l'autore: la casa grande, 1'engenho de assucar, la cappella dove si sotterrano i grandi morti. Tutto questo rievoca indubbiamente una certa antichità, ma a condizione di saperlo tradurre nel linguaggio dei canti primitivi, con un accompagnamento di musiche africane.

Se il lettore vorrà sapere come - con la prima ondata di urbanesimo - si frantumerà questo paesaggio primitivo, dovrà leggere Sobrados e Mucambos, quella migrazione di padroni e di schiavi verso la città brasiliana del Sette e Ottocento, verso le curiosità, le indiscrezioni, la modernità della via, una migrazione di ieri, eppure già cosí lontana nel tempo, degli anni in cui Pedro II fanciullo era il prototipo dei giovani intellettuali brasiliani. E il lettore italiano pensera probabilmente alla migrazione della nobiltà terriera verso le inquiete città dell'Italia del Trecento... Vi sono mille possibilità per sognare in queste pagine vivaci di Gilberto Freyre, fatte per il piacere di vedere e di comprendere, a condizione, però, di essere attenti, di sentirsi migliori.



Fonte: BRAUDEL, Fernand. Prefácio. In: FREYRE, Gilberto. Padroni e schiavi: la formazione della famiglia brasiliana in regime di economia patriarcale. Torino: Giulio Einaudi, 1965. p. IX-XI.

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